Dal capitolo I

Morire è una faccenda solitaria.
Ma anche vivere lo è .
Passiamo la vita soli, nel profondo del nostro cuore. Possiamo condividere moltissime cose con coloro che amiamo, ma non tutto. C’è sempre qualcosa che teniamo per noi. A volte si tratta di una piccolezza. Per esempio, una donna ricorda un amore segreto e perduto da tempo. Dice al marito di non aver mai amato nessuno più di lui, ed è vero. Ma ha amato qualcuno come lui.
Altre volte è qualcosa di più importante, un mostro accucciato accanto a noi, che ci lecca tra le scapole. Un uomo, ai tempi dell’universita` , è stato testimone di una violenza sessuale di gruppo, ma non l’ha mai rivelato. Anni dopo, ha una figlia. Più le vuole bene, più forte è il senso di colpa. Eppure, non è abbastanza per rivelare il suo segreto. Sopporterebbe la tortura e la morte, prima di confessare quella verità .
Nelle ultime ore della nostra vita, quelle in cui siamo davvero soli, questi segreti vengono a bussare, alcuni dolcemente, altri con forza. Alcuni bisbigliano, altri gridano. Ma tutti si presentano alla porta, e nessuna serratura riesce a trattenerli. Hanno la chiave della nostra anima. Gli parliamo, li supplichiamo, gli urliamo contro, desideriamo poterli confidare a qualcuno, liberarci del loro peso almeno con una sola persona, e finalmente provare sollievo.
Ci rigiriamo nel letto, camminiamo da una stanza all’altra, ci ubriachiamo, fumiamo erba o gridiamo alla luna. Poi viene l’alba e li facciamo tacere, li rinchiudiamo di nuovo nel profondo del cuore e facciamo del nostro meglio per continuare a vivere. Il successo, in questo caso, dipende dalle dimensioni del segreto e dall’individuo. Non tutti sono in grado di sopportare il senso di colpa.
Giovane o vecchio, uomo o donna, chiunque ha i suoi segreti. Questo ho imparato. Questo ho scoperto con l’esperienza. Questo so di me.
Chiunque.
Guardo la ragazza stesa sul tavolo di metallo e mi chiedo: quali segreti che nessuno mai saprà ha portato con se´? È troppo giovane per essere morta. Sui vent’anni. Bella. Capelli lunghi, lisci e neri. La pelle color caffelatte, perfetta anche sotto le crude luci fluorescenti. I lineamenti sono delicati, vagamente latini, penso, mescolati con qualcos’altro. Forse con qualche influenza angloamericana. Le labbra sono impallidite nella morte, ma sono piene e le immagino schiudersi in un sorriso che precede una risata leggera, melodiosa. Ha un fisico minuto, nascosto dal lenzuolo che la copre dal collo in giù.
Le persone assassinate muovono qualcosa dentro di me.
Buone o cattive, avevano speranze, sogni, amori. Vivevano, proprio come noi, in un mondo in cui le probabilità sono contro la vita. Tra il cancro, gli incidenti, l’infarto al ristorante mentre hai un bicchiere di vino in mano, la vita ti offre moltissime possibilità di morire. Gli assassini truffano il sistema, derubano le vittime di qualcosa che loro già dovevano combattere duramente per mantenere. Questo mi offende. È una cosa che ho odiato la prima volta che l’ho vista, e ora la odio ancora di più .
Mi trovo spesso davanti alla morte, da molto tempo. Lavoro nella sede di Los Angeles dell’FBI e da dodici anni sono a capo di una squadra che si occupa del peggio nella California Meridionale. Serial killer, violentatori di bambini, assassini. Uomini che ridono mentre torturano le loro vittime e poi fanno sesso con i cadaveri. Vado a caccia di incubi viventi. È sempre terribile, ma anche inevitabile: è una merce che si trova dappertutto.

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